NO-TAP

My two cents sulla questione NO-TAP. Che alla fine si è trasformato in uno sfogo.

Ulivo

Da pugliese, dico che si sta facendo tanto rumore per nulla, quando il vero problema è altrove.

Sono stati espiantati un paio di centinaia di alberi, che verranno ripiantati al termine dei lavori: gli stessi alberi, non alberi di rimpiazzo. L’espianto è una cosa del tutto temporanea, quindi, e gli alberi non moriranno nel processo.

Oltretutto gli alberi sono già stati espiantati, quindi le proteste “per salvare gli alberi” li stanno invece mettendo a rischio: questi alberi saranno ripiantati solo al termine dei lavori, proprio quei lavori che questi geni stanno ritardando. Sono alberi, hanno dei cazzo di cicli stagionali, e se sono stati espiantati in un certo periodo dell’anno è perché si è calcolato che al termine dei lavori sarebbero stati ripiantati nel periodo giusto per non risentirne. Questi difensori degli alberi della domenica li stanno solo mettendo in pericolo.

Per evitare che vengano fatti quali lavori, poi?

Si tratta di installare un tubo di meno di un metro di diametro, che passerà a dieci metri di profondità, trasportante gas metano, quindi niente di tossico. Il metano è quello che si brucia nei fornelli delle cucine e viene anche prodotto naturalmente nel nostro corpo: contrariamente al credere comune, non è affatto tossico.
Quel che è tossico, spiegava sempre mio padre nei corsi di formazione quando lavorava nella distribuzione gas, è il monossido di carbonio, che si potrebbe produrre nelle caldaia durante la combustione del metano: e si produrrebbe solo in particolari circostante, ossia in carenza di ossigeno; infatti se il metano viene bruciato in condizioni normali, ossia con un adeguato apporto di ossigeno, i soli prodotti di combustione sono biossido di carbonio e vapor acqueo, che non sono tossici. Questo è il motivo per cui è importante fare periodicamente i controlli alle caldaie. Chiusa parentesi. Ma tanto sottoterra mica ci devono andare le caldaie: ci deve passare solo un cazzo di tubo, in cui non verrà bruciato un beneamato… tubo.

E benché una parte (ho detto una parte, non tutto!) del metano che arriverà da quel tubo, almeno per i primi tempi, sarà probabilmente ancora di provenienza russa, si tratterebbe comunque di una via d’accesso alternativa posta più a sud a cui, nel lungo termine, potrebbero allacciarsi nuovi fornitori, diversificando quindi le nostre fonti e parandoci il culo nel caso in cui la Russia decidesse di chiuderci i rubinetti (cosa molto probabile, a un certo punto, visto come si stanno mettendo le cose).

Quindi, ricapitolando: per difendere duecento alberi da un pericolo che non avrebbero corso, si sta impedendo la costruzione di un impianto di importanza strategica nazionale, se non continentale, mettendo pure a rischio gli alberi che si volevano “difendere” in primo luogo. Se non fosse vero, penserei a una barzelletta.


E fin qui, ci si potrebbe anche fare una risata, se non altro isterica.

Poi però ricordi che, quando gli scienziati hanno detto di abbattere alcuni alberi per evitare che la Xylella ne distruggesse milioni, ecco che i magistrati complottisti di ‘stocazzo hanno aperto la caccia agli untori accusando gli scienziati di aver introdotto loro la Xylella (quando il ceppo studiato nei laboratori è palesemente diverso da quello dell’epidemia: dopo un anno l’hanno dovuto ammettere persino i magistrati).
Nel frattempo però è passato un anno e la malattia si è diffusa: come previsto, ci sono milioni di alberi infettati. E non è che adesso si stia facendo qualcosa, eh: ormai gli alberi infetti sono troppi e costerebbe troppo prendere provvedimenti.
genius-meme

Ma il primo posto nella classifica dell’idiozia va agli agricoltori salentini, che per primi hanno dato addosso agli scienziati, gridando al lupo con la stampa e la magistratura: per non accettare che venissero abbattuti alcuni alberi malati, ora se li ritrovano tutti condannati a morte da una malattia non più eradicabile.
Come spararsi nei coglioni ai tempi del complottismo: solo che così hanno condannato a morte anche gli agricoltori del barese, che non c’entravano nulla.


Quindi, qual’è la morale che si può trarre da questa storia? Vaffanculo ai salentini, vaffanculo ai giornalisti, vaffanculo ai magistrati, vaffanculo ai manifestanti e vaffanculo ai politici: quando gli scienziati, gli unici che possano risolvere la situazione perché sono gli unici che sanno di cosa cazzo stanno parlando, vengono ripetutamente presi a pesci in faccia, ecco che il mondo va a rotoli.

Non è bello dire “ve l’avevo detto”, ma…

v’era stracazzo stato detto.

Ora piangete. Io ho già pianto, sapendo che tra un paio d’anni mi toccherà comprare l’olio toscano: perché l’olio di Bitonto, che ho sempre consumato dacché sono nato, presto non esisterà più per colpa di voi imbecilli.

Questo non è un paese per giornalisti “Giornalisti”

Una riflessione scaturita da un post di una mia amica:

«E intanto che i giornalisti di tutto il mondo danno contro a Richard Dawkins per una frase sull’aborto, nella vicinissima Irlanda le donne continuano a non avere diritto ad abortire nemmeno se sono state stuprate, vengono forzate a nutrirsi perché non si lascino morire di fame e viene loro fatto un cesareo contro la loro volontà. Come sapete io non sono proprio favorevole all’aborto, ma sono favorevole alla libertà di scelta e credo che nessuno possa arrogarsi il diritto di effettuare certe violenze su una donna.
E mi fa schifo che i giornalisti parlino di Dawkins anziché di questo.»
— Ambra Giulia Marelli, Vice-presidente di Pro-Test Italia

Non posso che essere d’accordo sul giudizio verso la stramaggioranza dei giornalisti, quantomeno quelli italiani.¹ Se si scambiassero di posto quelli che scrivono sui quotidiani e quelli che scrivono sulle riviste patinate di gossip per casalinghe annoiate, non si noterebbe alcuna differenza.

Ma questo mi stimola una riflessione.

In un libero mercato, è sempre la domanda a generare l’offerta, mai il contrario: anche quando sembra che sia l’offerta a generare domanda, si scopre sempre che in realtà la domanda era già presente in forma latente, pronta a esplodere non appena fosse stata scoperta.²

Perciò, tornando in argomento: perché in Italia l’offerta di “informazione” è così scadente? Perché è scadente l’informazione a cui è interessato l’italiano medio. Lo dimostra il fatto che, quando il degrado culturale generale era già in fase semi-avanzata, diciamo 10-15 anni fa, alcuni giornali e alcuni giornalisti avevano ancora un minimo di decoro: prima è marcita la domanda, e solo dopo, inevitabilmente, l’offerta.³
In un paese in cui la domanda di informazione è praticamente inesistente, un paese in cui la domanda di carta stampata periodica (virtuale o meno) è limitata alle ricostruzioni forensi della passera della Pausini a partire da 1 fotogramma sfocato, in cui per un intero mese non si parla d’altro che del tatuaggio di un bruco adulto sull’inguine di una bagascia italo-argentina che al posto delle mutande indossa i salvaslip dal lato dell’adesivo⁴, è inevitabile che la professione di giornalista si trasformi in quella di vecchia pettegola. Se hai rispetto per la professione di giornalista, semplicemente… non fai il giornalista, perché sei costretto a campare di altro.

 

Questo non è un paese per giornalisti Giornalisti. È ‘nu paese per giornalisti impiegati.
Sasà, Fortapàsc

 

 

 

¹ Non conosco abbastanza la situazione internazionale per giudicare.

² La condizione essenziale è quella di essere “in un libero mercato”: se il mercato viene monopolizzato per un periodo più o meno lungo, ecco… allora è possibile che sia l’offerta a plasmare la domanda a proprio piacimento. Esempio: le assicurazioni auto che fanno cartello e propongono tariffe talmente alte da far impallidire uno strozzino, com’è prassi al meridione. Puoi fare a meno dell’assicurazione auto? No, è obbligatoria. Puoi andare dalla concorrenza? Fa le mie stesse tariffe. Quindi attaccati a stocazzo e pagami un fantastiliardo di ettolitri di sangue, in comode rate mensili TAEG 8749% fino alla morte termica dell’universo.

³ Sarebbe interessante analizzare le cause del degrado culturale della popolazione, ma questo argomento meriterebbe un post a parte.

⁴ Non è la Pausini, pur trattandosi di una “vip”. Lo specifico giusto per evitare querele.

⁵ Sì, lo so che questa frase era nel film intesa in un senso diverso da quello che gli ho voluto dare in questo post… ma in realtà le due cose sono collegate. Approfondirò questo aspetto nel post di cui in nota³.

Neutralità

Circa un anno e mezzo fa ho espresso una sorta di neutralità super partes in merito al cosiddetto conflitto tra Israele e Palestina. Nel frattempo sono cambiate un po’ di cose, com’è normale che accada quando passa del tempo. Tra le altre, ho recentemente appreso un certo numero di elementi che mi hanno convinto del fatto che non sia più rimandabile prendere una posizione.

Per esempio, ho appreso che

  • Hamas si nasconde in mezzo alle abitazioni civili;
  • Hamas attacca obiettivi civili israeliani facendo partire l’attacco dalle abitazioni civili in cui si nasconde;
  • Hamas minaccia di morte i civili palestinesi che non vogliono “ospitare” i suoi terroristi;
  • Hamas spinge la popolazione palestinese a restare nelle case anziché mettersi al riparo quando il contrattacco israeliano è imminente;
  • Hamas ha sparato contro bersagli civili israeliani più di 600 missili in una settimana;
  • Hamas ha mirato persino a un reattore nucleare, che se fosse stato colpito avrebbe prodotto una catastrofe continentale peggiore di quella di Chernobyl.

Mentre

  • Israele ha limitato al minimo ogni forma di contrattacco, quasi limitandosi alla sola difesa antiaerea, soprattutto nei primi giorni dell’attacco che stava subendo;
  • Israele ha invitato più volte Hamas a interrompere gli attacchi, sottolineando che per far cessare lo scontro bastava che in qualunque momento Hamas la smettesse di bombardare le città israeliane;
  • Israele ha aspettato e pianificato accuratamente il contrattacco in modo da limitare al massimo le perdite civili tra i palestinesi;
  • Israele ha avvertito con ampio anticipo la popolazione palestinese dell’imminente contrattacco, mandando telefonate, sms, volantini a coloro che abitavano nelle case che Hamas ha usato come scudi umani, dando precise indicazioni su come mettersi in salvo;
  • Israele ha portato avanti i rifornimenti alimentari ed elettrici dal territorio israeliano a quello di Gaza, come pure i ricoveri in ospedali israeliani di malati e feriti palestinesi;
  • Israele ha dimostrato di avere molto più rispetto per la vita dei palestinesi di quanto ne abbia dimostrato Hamas.

 Non so quanto si possa dire che Hamas rappresenti le opinioni del popolo palestinese; quel che è certo è che non sta affatto dalla loro parte.

Ma torniamo al punto di questo post: dicevo che ho cambiato idea. È giunto il momento di prendere chiaramente posizione.

E penso sia superfluo specificare quale.

Sessismo

Sessismo: fare due pesi e due misure, solo sulla base del sesso.

Due persone, entrambe sfregiate con l’acido dai rispettivi ex partner. Con due sole differenze significative:

  • in un caso, i danni sono stati ben più gravi che nell’altro caso: danni altamente invalidanti, al limite della possibilità di sopravvivenza; nell’altro, danni fondamentalmente estetici;
  • nel primo caso, l’ex partner ha materialmente preso parte all’agguato, insieme a un complice; nel secondo, l’ex partner è stato solo un mandante, mentre l’azione materiale è stata fatta solo da complici.

Insomma: un caso inequivocabilmente più grave dell’altro, sia dal punto di vista del danno subito, sia dal punto di vista della colpevolezza. Solo che nel caso più grave la pena per i colpevoli è stata inferiore; e al danno, la beffa: nel caso meno grave, alla vittima è stata data l’onorificenza di cavaliere, che non è invece stata concessa alla vittima del caso più grave.

Perché?
Perché nel caso più grave la vittima era un uomo, mentre nel caso meno grave la vittima una donna.
Perché si sa: la violenza verso le donne è da condannare, è diversa, è peggiore; mentre quella verso gli uomini è banale violenza standard.
Perché lo stalking verso le donne è odioso, ma lo stalking verso un uomo… no scusate, ma la definizione di stalking non è quando un uomo perseguita una donna?
Perché alla vittima, se è donna, va sempre riconosciuto tanto coraggio, mentre se è uomo, insomma, ci dispiace per quello che ti è stato fatto, ma il coraggio che c’entra?
Perché essere donna significa essere diversa, significa essere speciale, mentre essere uomo significa solo essere un banale essere umano qualunque.

Sessismo: fare due pesi e due misure, solo sulla base del sesso.

"I demand equality between men and women! Except when I get special treatment for being a woman."(fonte: ADIANTUM)

Vivisezione della ricerca: scandaloso servizio del tg1

topino

Alla redazione del tg1,
in copia per conoscenza alle redazioni di altri organi di informazione

Non posso evitare di far presente che il servizio del tg1 di ieri sera 19 settembre 2013 sulla manifestazione in difesa della ricerca era semplicemente scandaloso. 30 secondi in cui è stato completamente stravolto il senso della manifestazione.

Innanzi tutto si è abusato della parola “vivisezione”, che è una pratica che non si fa più da decenni. È deprimente notare come dei giornalisti, che in teoria dovrebbero conoscere bene le parole, non conoscano la spaventosamente enorme differenza tra i termini “vivisezione” e “sperimentazione”. Basterebbe cercare su un qualunque dizionario.

Ma, cosa non meno grave, è stato appiattito e distorto completamente ciò che si cercava di far presente nella manifestazione. La manifestazione, infatti, non era “contro la chiusura degli allevamenti di animali destinati alla vivisezione”: piuttosto, era volta a mettere in luce i seguenti grossi problemi degli emendamenti illegalmente fatti alla direttiva europea 2010/63/EU:

  1. Il divieto agli xenotrapianti causerà la morte di migliaia di persone bisognose di un trapianto d’organi e ostacolerà sensibilmente la ricerca contro i tumori.
  2. Il divieto di allevamento di cavie su territorio italiano aumenterà i costi della ricerca, visto che gli animali dovranno essere importati dall’estero, dove non si sa in che condizioni saranno allevati, e il viaggio sarà fonte di inutile stress per gli animali.
  3. L’obbligo di anestesia per qualunque cosa, inclusa un’iniezione o un prelievo di sangue, è ridicolmente stupido; anche se le complicazioni derivanti da un’anestesia sono rare, non sono rarissime, ad esempio nei cani hanno un’incidenza di circa il 2%: questo significa che dopo solo dieci prelievi/iniezioni, quasi 2 cani su 10 avranno avuto complicazioni dovute ad anestesia. Sarebbe preferibile per tutti, soprattutto per i cani e in generale per tutti gli animali sottoposti a sperimentazione, tollerare il lieve pizzicore di una puntura piuttosto che rischiare gravi complicazioni potenzialmente in grado di causare sordità o addirittura portare alla morte.
  4. Il divieto d’uso di animali a scopo didattico porterà all’inadeguatezza di biologi, zootecnici, agrari e naturalisti, i quali si troverebbero ad aver a che fare con animali per la prima volta solo dopo aver completato gli studi. Questo andrà a svantaggio anche degli animali, che saranno gestiti da persone impreparate a gestirli.
  5. Questi emendamenti alla direttiva europea, come accennato sopra, rappresentano un’infrazione e pertanto l’Italia dovrà pagare salate multe.
In definitiva, questi emendamenti porteranno enormi svantaggi alla ricerca e all’economia italiana e nessun miglioramento al benessere degli animali, i quali anzi vedranno a loro volta peggioramenti del loro benessere. Quello che i manifestanti chiedevano era semplicemente che la direttiva europea, già frutto di un lungo e dettagliato compromesso tra ricercatori e animalisti, fosse recepita senza modifiche.
Non posso quindi che rimanere profondamente deluso dal fatto che Annapaola Ricci, inviata del tg1, non sia stata nemmeno capace di (o, devo presumere dai pregiudizi con cui si è presentata alla presidente di Pro-Test, non abbia in malafede voluto) leggere il volantino che veniva distribuito, in cui si spiegavano brevemente e chiaramente i 5 problemi che ho citato.

Consapevole che questo mio messaggio resterà con ogni probabilità ignorato dalla redazione del tg1, lo mando in copia anche a vari altri organi di informazione, nella speranza che almeno qualcuno esponga chiaramente e senza deformazioni le istanze della manifestazione di ieri e denunci la scarsa professionalità mostrata dal tg1 nel servizio di ieri sera.

La luce in fondo al tunnel

Capita spesso, quando si discute o scherza di religione, che ci siano persone che si arrabbino molto, anche laddove nello scherzo o nella domanda non ci sia nulla di offensivo.
La conclusione che si sarebbe tentati di trarre è che queste persone siano permalose e che sia la loro permalosità a fargli percepire offesa e malizia laddove non ci sia; ma questa è una conclusione che, oltre a non essere utile dal punto di vista pratico, è anche con tutta probabilità completamente sbagliata.
Al di fuori della religione, scommetto che queste sono persone del tutto ragionevoli. Probabilmente pure intelligenti.
Il problema è la sofferenza psicologica causata dal dubbio.

La verità e il dubbio

Tutti sono abituati a dire che 2+2=4 e che 2+2 non fa 5, ma molte poche persone capiscono davvero il perché: la maggior parte delle persone da per scontato che sia così, punto.
Ma per capire se una cosa è vera, bisogna prima di tutto ammettere la possibilità che la cosa sia falsa: è col ragionamento e le evidenze, che poi ci si rende conto che, tra le due (vera o falsa), la cosa è effettivamente vera, piuttosto che falsa (o viceversa!); ma se non ammetti la possibilità che un’affermazione possa essere falsa, se ammetti come unica possibilità che tale affermazione sia vera, potrai credere, potrai pensare che la cosa sia vera, ma non capire perché quella cosa sia vera. Nè, di conseguenza, esserne autenticamente certo.
Io sono “certo” che 2+2=4 e non 5, non perché “lo so”: ma perché innumerevoli volte ho aggiunto 2 a 2 e ho sempre ottenuto 4, mai 5, né 3 o altri numeri. Ogni volta che aggiungevo due pere a due mele, ottenevo 4 frutti. Ecco perché sono convito che 2+2 fa 4.
Ma se un giorno, ipoteticamente, aggiungessi 2 pere a 2 mele e ottenessi 5 frutti, non mi direi: “vabbé, i frutti son cose diverse dai numeri, 2+2=4 ovviamente, perciò il fatto che alla fine ottengo 5 frutti significa che non si può fare matematica coi frutti”; al contrario, mi sentirei molto confuso, e mi metterei a sommare biglie, pappagalli e quant’altro; e se ottenessi sistematicamente 5, concluderei che 2+2=5 e inizierei a chiedermi “ma allora perché mi aspettavo 4, quando evidentemente fa 5?”. E se ottenessi a volte 4 e a volte 5, cercherei di capire da cosa dipende, di volta in volta, quale particolare risultato è quello corretto.
Io sono sicuro che 2+2=4 non perché “lo so”, o perché “è così”: ma perché in primo luogo ammetto che possa non essere così e perché ogni volta che lo metto in dubbio, puntualmente, fa sempre 4. Io sono confidente nell’affermazione “2+2=4” perché questa affermazione si è ampiamente meritata la mia fiducia, non tradendomi mai. Così confidente lo sono a posteriori, non di certo a priori.
Da ciò posso ragionevolmente concludere che, quanto fa 2+2, è indipendente dal risultato in cui io credo: che “2+2=4” è vero (o falso) indipendentemente dal fatto che io ci creda o meno. Il che è la definizione operativa di verità.

Intelligenza e (è?) Curiosità

Non mi ritengo certamente la persona più intelligente del mondo, ma un sacco di circostanze della mia vita mi hanno mostrato che non sono un totale stupido. Mi è capitato spesso di trovare difetti in ragionamenti o approcci di altre persone (le quali mi hanno spesso ringraziato per averglieli fatti notare); mi è capitato spesso che altri mi chiedessero aiuto per risolvere un problema o capire una cosa, richiesta che ho spesso esaudito con successo.
Naturalmente, è anche capitato molte altre volte che fossero gli altri a farmi notare errori, o ad aiutarmi a correggerli e risolvere problemi. Insomma, come ho detto: non sono né un cretino né un genio; ma la mia naturale curiosità e voglia di capire le cose mi ha sempre portato a farmi domande, il che mi ha permesso di capire spesso cose che altri non avevano afferrato o anche solo notato.
Ecco, l’intelligenza è questo: capacità di capire le cose. Unita alla curiosità (voglia di capire le cose), porta spesso alla circostanza di capire, di fatto, le cose.
Spesso: ma non sempre.

La Fede e l’Amore

Come posso esser certo di quello che mi è stato detto e insegnato, se prima non lo metto in discussione? Io voglio esser certo che quello in cui credo sia giusto, e so che per esserne certo non basta crederci con forza ma anzi, quanto ci credo è irrilevante. Per esser certo di credere nelle affermazioni giuste, devo mettere alla prova le mie affermazioni, altrimenti rischio di parlare di aria fritta.
Ma al tempo stesso la maggior parte delle religioni insegna a non mettere in dubbio la propria fede,¹ insegna a sentirsi in colpa nei confronti della divinità e della sua comunità di fedeli quando le si mette in dubbio: «ma come, Dio ti ha creato con tanto amore, Gesù è morto per te, e tu ti chiedi perché devi andare in chiesa tutte le domeniche? Tu dovresti voler andare in chiesa!», erano solite rispondermi le maestre di catechismo quando chiedevo l’utilità di ripetere tutte le Domeniche sempre lo stesso rito. Io ero un bambino, in Dio ci credevo perché così mi era stato insegnato, non cercavo certamente di negarne l’esistenza con le mie domande: ponevo domande solo perché cercavo di capire; ma le maestre di catechismo, invece di darmi delle risposte, mi hanno dato dei sensi di colpa. “Che ingrato! Dopo che lui ti ha creato, dopo che lui è morto per te, dopo tutto quello che ha fatto per te, è con questa moneta che lo ripaghi: dubitando di lui e della sua chiesa?” Non erano queste le loro parole, naturalmente, perché sarebbero state passibili di denuncia per abuso su minore; ma era sempre questo il senso delle loro risposte.

Dissonanza cognitiva

Una persona intelligente riesce facilmente a vedere collegamenti e cogliere incongruenze, perché si pone le domande giuste: per una persona intelligente e curiosa certe domande sono così naturali da essere inevitabili.
Ma al tempo stesso, se metti in discussione gli insegnamenti cristiani, stai facendo piangere Gesù bambino: che ingrato! “Dopo tutto quello che ha fatto per te?”
Il divieto implicito di mettere in discussione gli insegnamenti cattolici, unito alla mia naturale tendenza a voler capire le cose, mi ha causato per anni enorme turbamento.
Turbamento le cui cause, però, mi erano ignote: non è che fossi cosciente e consapevole del problema. Sentivo, nel retro della mia mente, che c’erano numerose cose che non mi tornavano²… ma il senso di colpa che derivava dal metterle in discussione mi censurava automaticamente questi pensieri, prima ancora che potessero affiorare a un livello cosciente.
Immaginate ora di avere di fronte una persona in queste condizioni, e immaginate di fare una ragionevolissima domanda circa la natura di Dio, l’autenticità della bibbia, la storia di Gesù: che reazione pensate che possa avere? Entrerà in uno stato sulla difensiva, naturalmente, senza né accorgersene né sceglierlo.³

La rabbia e l’intolleranza

Arrabbiarsi ed essere intolleranti è solo un meccanismo di difesa che si adotta in questi casi per non soffrire, per coprire ai propri stessi occhi le incongruenze che siamo perfettamente in grado di notare.
A volte si è tentati di offendere e deridere queste persone: insomma, che razza di persona può essere una che nega l’evidenza e si offende quando glie la fai notare? Ecco che genere di persona: una persona intelligente, a cui sono stati inculcati sensi di colpa, e che ne soffre profondamente.
Offenderle o deriderle, oltre che essere crudele, oltre che essere un fallace argumentum ad hominem, è anche inutile e anzi dannoso, perché non fa che spingere queste persone a chiudersi ulteriormente nelle proprie rassicuranti “certezze”.
E benché ragionarci pacificamente e portargli con calma all’attenzione le incongruenze possa sembrare una migliore strategia, è evidente a tutti che questa strategia, pure, non funziona affatto. Ma non perché non sono intelligenti! Perché, al contrario, sono stati addestrati a usare la loro intelligenza per combattere loro stessi.
Sembra di essere giunti a un impasse e che la cosa non si possa risolvere in alcun modo; eppure, ogni giorno, migliaia di persone riescono finalmente a trovare il coraggio di portare alla luce la verità dentro loro stessi.⁴ Cosa lo rende possibile?

La speranza in un’alternativa

Una persona in questo stato, nonostante la sua intelligenza (anzi: a causa della sua intelligenza!) non ne uscirà mai con la pura ragione, perché la sua intelligenza è pilotata da un sentimento negativo: la paura.
Se ti è stato insegnato per anni che Dio è buono e giusto, che Egli è la sola ed unica fonte di ogni bene sulla Terra, che noi uomini senza Dio siamo dannati perché intrinsecamente peccatori, che il diavolo si nasconde dietro al dubbio in Dio (o che Dio sta mettendo alla prova la tua fede per vedere quanto bene gli vuoi), se sei schiavo di tutto questo, come potrai mai avere la speranza di un mondo giusto senza Dio? Avrai, al contrario, un terrore fottuto di scoprire di non credere in quel Dio, e farai di tutto per nasconderlo a te stesso.
La sola via d’uscita da questa trappola dell’animo è mostrare a queste persone così turbate che un mondo giusto senza Dio è perfettamente possibile: non con evidenze logiche né sperimentali, perché la loro paura spingerà automaticamente la loro ragione a ignorarle; ma parlando direttamente alle loro emozioni e smontando la ragione d’essere della loro paura: mostrandogli direttamente con i propri comportamenti e con esempi reali che Dio non è la sola fonte di ogni bene, che Dio non è necessario per un mondo giusto, che non è Dio che da un senso alla nostra esistenza, che un mondo giusto è perfettamente possibile senza Dio, e soprattutto che il mondo non diventa meno giusto solo perché viene a mancare Dio⁵.
Le cose che, infine, mi hanno dato il coraggio di dissociarmi dalla religione in cui sono stato battezzato e in cui ho volontariamente scelto di essere cresimato, sono state due: scoprire che secondo il giudizio sociale di numerose persone è perfettamente lecito non essere cattolici, e conoscere persone atee perfettamente ragionevoli, buone, altruiste e di piacevole compagnia. Il passo dal bigottismo al guardare in faccia la realtà non è stato certo immediato; ma nonostante dentro di me avessi già tutti gli elementi per liberarmi della religione, se non avessi fatto queste due esperienze non avrei mai trovato la forza di farlo.

¹ Questa cosa potrà sembrare palesemente falsa a un credente: “ma come, il dubbio è l’inizio delle fede!”. Ma mettere in dubbio qualcosa sapendo già quale sarà la conclusione a cui giungere, da solo l’apparenza di dubitare. Se dubiti davvero di un’idea, sei autenticamente disposto a rinunciare a quell’idea. Guarda nel tuo cuore: saresti disposto ad ammettere che Dio non esiste, di fronte all’evidenza che l’uomo non è stato creato “a sua immagine e somiglianza” e che la morale ha un’origine puramente biologica? Guarda nella tua mente: se hai una cultura scientifica di base, stai già cercando vie di fuga; e se manchi di queste conoscenze, stai automaticamente pensando “ma tanto non ci sarà mai questa evidenza” e ti stai inconsciamente preparando a come combatterla o aggirarla qualora venisse fuori. Lo so, perché l’ho fatto per anni io stesso.

² Tanto per fare un esempio banale: l’incompatibilità di onnipotenza + onniscienza + infinita bontà + esistenza del male nel mondo, sempre risposta sbrigativamente con il “libero arbitrio dell’uomo”. Sì, ma se mi hai appena detto che il male è causato dalle tentazioni del diavolo e che il diavolo non è un uomo, non poteva Dio liberarsi del diavolo senza per questo privare l’uomo della libertà? O magari, essendo onnisciente, Dio poteva evitare in primo luogo di creare quel particolare angelo Lucifero, sapendo che costui l’avrebbe tradito mandando a puttane tutta la sua creazione. Vedete, il mio problema con la religione è sempre stato che le cose cercavo di capirle così bene, che trovavo (involontariamente!) sempre quelle falle che le maestre non erano state addestrate a liquidare.

³ Certo, a 14 anni non me ne andavo in giro per pagine di facebook “blasfeme” augurando a tutti l’inferno; d’altra parte, facebook manco esisteva quando avevo 14 anni.
L’avrei fatto, se fosse esistito facebook? Non credo. Ma non perché sono una persona “migliore”: semplicemente, sono sempre stato un outlier e questa circostanza mi ha fatto imparare ben presto, sulla mia pelle, il valore della tolleranza verso chi è percepito come diverso. Penso che chi non ha mai avuto la sfortuna di essere discriminato e isolato, difficilmente avrà la fortuna di comprendere il valore del rispetto di chi è diverso.
Cionondimeno ricordo con precisione che, ogni volta che mi si poneva davanti un concetto che mettesse in discussione la mia “fede”… la mia mente guardava altrove.

⁴ «You know that periodic doubt of faith? It’s not God testing you. It’s the truth trying to emerge and free you.» — Anonimo

⁵ Anzi: il mondo può persino diventare più giusto se ti dissoci da quelle istituzioni che per decenni hanno lasciato morire di AIDS la gente in Africa a causa delle loro ottuse posizioni sulla contraccezione.

Nota finale: mettiamo le mani avanti.
Se avrete avuto la curiosità di aprire tutti i link che ho fornito, avrete sicuramente notato che ho ampiamente attinto da lesswrong; potrà sembrare un’ipotesi ragionevole, ma la mia attuale posizione sulla religione non è stata minimamente influenzata da queste letture (che, tra l’altro, lo sottolineo: non sono letture che invitano all’ateismo, ma letture che invitano a un uso consapevole del cervello — e se poi questo porta all’ateismo, pazienza). Ho rigettato la religione in cui sono stato educato, anni prima di venire anche solo a conoscenza dell’esistenza di questo blog; e prima ancora di rigettarla, ho passato numerosi altri anni in quello stato di profondo turbamento e senso di colpa che ho descritto.
Dico questo, a testimonianza del fatto che la maggior parte delle persone che abbandonano le religioni, lo fanno ciascuna indipendentemente dall’altra attraverso un percorso di crescita personale (benché spesso anche grazie all’aiuto di qualche spunto di riflessione esterno e/o aiuto psicologico); diversamente invece da come la maggior parte delle persone che si identifichino in una fede (anche se non tutte, naturalmente!), lo facciano quasi sempre per lo stesso motivo: perché ci sono nate e non vedono alternativa.

Auguri a tutte le Donne, mimose a volontà!

Io
…Lo sai benissimo come la penso su questa cosa ipocrita, e sei persino d’accordo con me — lo so, non negarlo!

Il Baffo
E chi lo nega? Ma te l’ho detto e te lo ripeto un milione di volte: l’onestà intellettuale, quando si tratta di marketing, non conta un cazzo.

Io
Non mi interessa! E poi io non sto vendendo niente, quindi sono libero di fare come mi pare, tiè!

Il Baffo
Sì, sei libero di lasciare che nessuno continui a seguire il tuo stupido blog. Ascolta, lo so che con il tuo blog vuoi comunicare un messaggio, un messaggio peraltro nobile, e so che questo messaggio è… come dire, slegato da quello che ti sto proponendo di fare…

Io
Slegato? Quello che mi chiedi di fare è in completa opposizione col mio modo di vedere! Tu mi chiedi di partecipare a uno stupido e vuoto rito autocelebrativo, mi chiedi di adeguarmi all’ipocrisia politically correct di quelli che guardano spazzatura e si compiacciono di quanto sono encomiabili! E l’ho notato che mi stavi sviolinando, sfacciato.

Il Baffo
Ok, non ti agitare! Diciamo pure che ti sto chiedendo di fare qualcosa che ti pesa molto, ok? Ma nella vita bisogna giungere a compromessi, se vuoi vendere il tuo prodotto…

Io
Ma vendere cosa, che non c’è l’ombra di un banner in questo blog…

Il Baffo
Ma infatti lascia stare i soldi, lo sai che non si tratta di quelli. Anche se non ci sono soldi di mezzo, stai comunque proponendo un contenuto sotto forma di blog (il tuo pensiero), che vorresti fosse fruito: stai vendendo un prodotto. Se poi vuoi che sia fruito da più persone — e so che lo vuoi, visto che ora non te lo fila nessuno — devi prima farlo diffondere; e per farlo diffondere, devi renderlo… appetibile. Indorando la pillola, ecco. Avanti, ti sto chiedendo solo un misero post su un argomento che ci si aspetta che tu tratti, perché è una cosa di cui parleranno tutti!

Io
Ok, va bene, basta! Ma sappi che non mi hai convinto: farò un cazzo di post solo per farti stare zitto.

E così, eccomi qui a celebrare questa ricorrenza dell’8 marzo, per volere del mio alterego editore, ossessionato dal pagerank. Ma ho deciso di farlo a modo mio: con un sonoro STICAZZI.

Facepalm

Eh sì, perché la cosiddetta “festa della donna” è una ricorrenza che non ho mai approvato, fin da quando avevo 6 anni e le maestre a scuola facevano i complimenti a quelli che portavano le mimose. Come se fosse una mimosa in un giorno arbitrario a fare la differenza.
È un ossimoro celebrare la parità tra i sessi con una consuetudine completamente asimmetrica: che senso ha fare “la festa della donna”, senza una corrispettiva “festa dell’uomo”? Scegliere una data arbitraria per fare gli auguri alle donne, in quanto donne, è un modo per isolarle. Un modo per dire: ciò che vi caratterizza non è il fatto che appartenete alla specie umana, ma il fatto che appartenete al sesso femminile. Siete diverse.¹ Sì! Celebriamo quanto siete diverse con una ricorrenza! Ma quanto diversi sono gli uomini, no, quello non si celebra. Perché gli uomini sono più uguali delle donne.

Chi mi conosce sa bene come la penso; ma, a beneficio di chi non mi conosce, casomai non fosse ancora chiaro, lo scriverò esplicitamente: il mio rispetto per le persone è indipendente dal loro sesso, orientamento sessuale, colore della pelle, etnia, forma e dimensione del corpo o qualunque altro arbitrario segno caratteristico.
Quel che mi interessa delle persone è unicamente la qualità del contenuto della loro scatola cranica; e se all’interno di quella scatola ci sono cose che non rispetto, esse sono, nell’ordine: ipocrisia, disonestà, arroganza, superficialità, permalosità, irrazionalità, mancanza di curiosità, ottusità; in generale: stupidità.

Perciò, qual migliore occasione per disprezzare il difetto che più non sopporto, se non il giorno della sua celebrazione?
Ho deciso di farlo così: elencando alcune sue tipiche manifestazioni nel giorno del suo anniversario: l’8 marzo, il Giorno dell’Ipocrisia.

"I demand equality between men and women! Except when I get special treatment for being a woman."

  • sub-umani di sesso maschile che picchiano la loro donna 364 giorni l’anno (365 negli anni bisestili);
  • sub-umani di sesso femminile che non hanno alcun rispetto per loro stesse, ma si offendono se non gli porti una fottutissima mimosa una volta l’anno;
  • sub-umani di sesso femminile che professano la parità dei sessi e poi barattano il sesso con fiori, cioccolatini e un invito a cena;
  • sub-umani di sesso maschile che “le donne ci rubano il lavoro invece di stare a casa a badare ai figli” e poi ti rimproverano se l’8 marzo non offri le mimose come fanno loro;
  • sub-umani di sesso maschile che non ti rimproverano, ma ti guardano con accondiscendenza mentre staccano un rametto dal loro ramoscello e si fanno belli dicendo alla femmina di turno “ecco anche da parte sua”;
  • sub-umani di sesso femminile che irridono gli uomini per non essere in grado di fare 18 cose contemporaneamente e poi fanno le smorfie sentendo il cliché “donna al volante, pericolo costante”;
  • sub-umani di ogni sesso che in nome del profitto penalizzano le dipendenti che vanno in maternità, o anche solo le disincentivano “perché è un brutto periodo”;
  • sub-umani di sesso maschile che non prendono la paternità che gli spetta per legge perché mettono al primo posto la carriera, “tanto ai figli ci pensa mia moglie”;
  • semi-uomini che la paternità invece vorrebbero prenderla, ma si fanno dissuadere dal capo e dai colleghi perché “non bastavano le donne che gli dobbiamo pagare la maternità, mo’ pure gli uomini co’ sta mania da ricchioni di crescere i figli!”;
  • semi-donne che vogliono un figlio ma vi rinunciano a causa dell’ambiente lavorativo “competitivo”;
  • semi-donne che il figlio lo fanno lo stesso, ma poi cambiano lavoro piuttosto che denunciare la vergogna;
  • la lista completa è ahimè troppo lunga per scriverla tutta.

A tutti i sub-umani, dico: potrete anche sentirvi (sentirvi, non essere) migliori di me per un giorno all’anno perché regalate una cazzo di mimosa e fate due viscidi auguri; ma io sono migliore di voi tutto il resto dell’anno, e dall’alto della mia superiorità di umano vi disprezzo.
Per tutti gli altri uomini e donne a metà, provo in parte comprensione: perché dell’ipocrisia ne sono più vittime che artefici; però cazzo, aprite gli occhi e datevi una svegliata, altrimenti diventate complici dei vostri carnefici. E guai a voi se vi azzardate a “festeggiare” l’8 marzo: non c’è niente da festeggiare.
Le date simboliche sono il modo migliore per complimentarsi con sé stessi di aver fatto la propria parte, e il giorno dopo di nuovo tutto come prima. Le date simboliche canalizzano il disagio di qualcosa che non va in un giorno di vuoti discorsi e buoni propositi, invece che nel tentativo pratico di cambiare fattualmente le cose. Le date simboliche sono nemiche del progresso, perché celebrano il presente e il passato.

Sì, lo so che la data non è completamente arbitraria, perché l’8 marzo sono morte quelle operaie,² eccetera. Ma sono morte in quanto donne, o in quanto vittime di un sistema di sfruttamento inumano? Già il semplice fatto che le si ritiene donne, anziché persone i cui diritti fondamentali sono stati violati, è indice di qualcosa di profondamente sbagliato nel modo di pensare. Facciamo che l’8 marzo non è più la “festa della donna”, ma la festa dei lavoratori sottopagati? No, neanche: perché poi si va a isolare anche quelli, col risultato di giustificare che ci siano persone sfruttate e sottopagate.

Facciamo invece che le categorie i cui diritti sono a rischio, come donne, omosessuali, neri, handicappati, precari, facciamo che, invece di festeggiarle un giorno l’anno, le trattiamo come esseri umani tutto l’anno? Che ne dite? Facciamo che, invece di parlare di “diritti delle donne”, di “diritti degli omosessuali”, parliamo semplicemente di diritti di tutti gli esseri umani ad avere tutti i giorni il diritto di vivere la propria cazzo di vita in libertà e dignità? Eh?
Io di sicuro, al teatrino dell’8 marzo, mi rifiuto di partecipare.

Perciò avverto tutte le donne: non aspettatevi auguri o mimose.

E se qualche vegliardo si azzarda a guardarmi male o rimproverarmi perché non partecipo a questo insano rito, che si prepari al più astioso dei miei pipponi.

NOTE

¹ La diversità non è un male, beninteso: la diversità è una ricchezza. Ma il fatto che questa particolare diversità sia vista a senso unico, dimostra che questa particolare diversità non è percepita come positiva.

² [EDIT: scopro qui che questa storia sull’origine della ricorrenza non è neanche vera, e wikipedia mi conferma.]

X

Ho visto che si sta diffondendo, a ridosso delle elezioni, un post di un blog. In breve il senso è che, per esprimere le preferenze di 50 milioni di persone, non serve che vadano a votare tutti quanti: basta solo un sottoinsieme — quanto grande, dipende dalla dimensione del campione e dalla precisione con cui si vogliono stimare le preferenze, ma diciamo che un numero compreso tra 10 mila e un milione è più che sufficiente. La matematica è corretta (leggete pure il post in questione) e la conclusione condivisibile (andare a votare non serve a un cazzo).
Tuttavia all’analisi fatta in quel post manca una considerazione importante, tenendo conto della quale ci si rende conto che forse non è proprio corretto concludere “ok, on vado a votare perché tanto non serve a un cazzo”.

La considerazione (da leggere dopo aver letto il post, altrimenti non ha senso) è questa: ok, per esprimere le preferenze di 50 milioni di persone basta un campione (sottoinsieme) di quei 50 milioni, ma attenzione: perché l’informazione portata dal sottoinsieme non sia distorta, tale sottoinsieme deve essere scelto in maniera completamente casuale. Se chi legge un certo post (nella fattispecie: quello in questione) tendenzialmente non va più a votare, significa che, tra quelli che a votare ci vanno, i lettori del post in questione sono sotto-rappresentati.¹
Sotto la ragionevole ipotesi che lo spirito critico medio di chi fa certe letture (di spessore superiore al grande fratello) sia superiore allo spirito critico medio nazionale (di livello uguale o inferiore al grande fratello), la distorsione introdotta non andando a votare è dannosa.
Perciò: andateci comunque a votare!

Per concludere con una nota ironica, ecco una citazione tratta da Diritto di voto (titolo originale: Franchise), un racconto di Isaac Asimov del 1955.

multivac

– Vedi, Linda, circa quarant’anni fa, tutti votavano. Per esempio, volevano stabilire chi doveva essere il nuovo Presidente degli Stati Uniti. I democratici e i repubblicani indicavano i loro candidati, e ogni cittadino poteva dire chi preferiva. Quando era passato il giorno delle elezioni, contavano quante persone volevano il democratico e quante volevano il repubblicano. E chi aveva più voti era eletto. Capisci?
Linda annuì.
– Ma come faceva la gente a sapere per chi doveva votare? Glielo diceva Multivac?
Le sopracciglia di Matthew si abbassarono, dando al suo viso un’espressione severa.
– Votavano secondo il proprio giudizio, bambina mia.
Lei si scostò un poco, e il vecchio abbassò ancora la voce.
– Non sono arrabbiato con te, Linda. Ma, vedi, qualche volta occorreva tutta la notte per contare i voti e la gente diventava impaziente; così inventarono macchine speciali che potevano studiare i primi voti e confrontarli con i voti ottenuti negli stessi posti gli anni precedenti. In questo modo la macchina poteva calcolare com’era il voto di tutta la popolazione e chi era stato eletto. Capisci?
Lei annuì.
– Come Multivac.
– I primi calcolatori erano molto più piccoli di Multivac. Ma poi le macchine diventarono più grandi; potevano dire come erano andate le elezioni basandosi su un numero di voti sempre più piccolo. Poi, alla fine, costruirono Multivac, che può giudicare sulla base di un solo voto.

L’intero racconto è qui.

¹ È lo stesso motivo, benché visto da un’angolazione diversa, per cui, quando si fanno sondaggi, bisogna andare a chiedere alle persone se vogliono partecipare, piuttosto che aspettare che le persone si propongano spontaneamente. È lo stesso motivo per cui i sondaggi su Repubblica (o su Libero) non hanno alcun valore: perché vi partecipano tendenzialmente i lettori di quel giornale.
xkcd

Bambini in punizione

Negli ultimi giorni non si fa che parlare di Israele e Palestina, missili e razzi, diritti umanitari e diritto di difendersi, eccetera eccetera. L’argomento è certamente complesso e non ho la presunzione di avere la verità in tasca. Perciò vi avverto: alla fine di questo post non prenderò posizione a favore di alcuna delle due parti. Se state già pensando di me ciò che Dante pensava di chi non prendeva posizione nel conflitto tra guelfi bianchi e guelfi neri, se pensate che sono il solito pavido ignavo, liberi di farlo; anzi, già che ci siete ricordate le sue parole “non ragioniam di lor, ma guarda e passa“: andate a rompere i coglioni da un’altra parte e levatevi un poìno di ‘ulo, va.

Dicevo, essendo l’argomento complesso, vorrei provare a guardarlo da un’altra angolazione e fare un passo indietro: vorrei parlare di come le mie maestre delle elementari gestivano i litigi tra bambini.

Di solito succedeva questo: un bambino (che per comodità chiameremo Alberto) faceva uno scherzo a un altro (che chiameremo Bruno), che so: gli nasconde il temperamatite (sì, lo so, ho cambiato tempo, ma narrarla tutta al passato era proprio brutta). Bruno, dopo averlo a lungo cercato, si accorge a un certo punto dei risolini di Alberto e capisce di esser stato gabbato: così, per vendicarsi, prende il portapenne di Alberto. Alberto ovviamente cerca di riprenderselo, così Bruno corre per la classe cercando di non farsi acchiappare, ma alla fine Alberto lo mette in un angolo; «Ridammi il temperamatite e io ti restituisco il portapenne» «Trovatelo da solo, se sei in grado!» «Se non me lo ridai, ti butto il portacolori dalla finestra» «Fallo, se hai il coraggio!» e alla fine, messo alle strette, un po’ per orgoglio e un po’ per vendetta, Bruno getta davvero il portapenne di Alberto dalla finestra. Alberto, furioso, va a prendere lo zaino di Bruno e ne rovescia il contenuto in strada, così Bruno inizia a prendere a calci lo zaino di Alberto e a saltarci sopra, Alberto lo spinge via perché gli sta rompendo tutte le cose che stanno dentro, e alla fine i due bambini si trovano a menarsele di santa ragione.
Nel frattempo la maestra, chiamata dalla bidella dopo manco 5 minuti che era andata a prendersi un caffè nell’intervallo, torna tutta scomposta e trafelata e, alla vista della scena, si mette a urlare “Basta così!” e prende i due bambini per le orecchie. «Ha cominciato lui, mi ha buttato il portacolori dalla finestra!» «No, è lui che ha cominciato rubandomi il temperamatite!»

Ve lo ricordate, cosa rispondeva la maestra in questi casi? Cercava forse di ricostruire l’accaduto e trovare “IL” responsabile? Ma manco per il cazzo! La sua risposta era pressappoco: «Non mi interessa chi ha cominciato, la dovete smettere immediatamente o vi sbatto in punizione tutti e due
Di solito io a questo punto, nei panni di uno qualunque di quei due bambini, me la sarei presa: perché devo essere messo io in punizione, se è lui che ha cominciato? “La maestra è semplicemente troppo pigra per prendere posizione, e così se ne lava le mani. Cattiva maestra!” Però intanto me ne sarei stato buono e fermo. Brontolando, ma fermo.

Può darsi che la maestra fosse davvero troppo pigra e non avesse voglia o tempo di ricostruire l’accaduto. Può darsi. Ma una cosa è certa: gettare un portacolori dalla finestra per un temperamatite rubato è una reazione sproporzionata. Così come è sproporzionato gettare il contenuto di un intero zaino dalla finestra per un portacolori. E nel momento in cui le reazioni sono sproporzionate, perde completamente di significato l’intero concetto di “chi ha iniziato”. Alla fine, che siano in buona o in mala fede, entrambe le parti passano dalla parte del torto nel momento in cui danno luogo a un escalation. E indipendentemente da come siano distribuite le colpe, se al 60% da una parte e al 40% dall’altra piuttosto che al 30% dall’una e al 70% dall’altra, dar luogo a un escalation è deleterio per entrambi, anche per chi ritiene di avere la porzione minore di colpa. E la maestra, che sia in buona o in mala fede, alla fine ottiene il risultato migliore: terminare il conflitto.

Ecco, si può obiettare che una nazione non è come un bambino, che c’è il diritto all’autodeterminazione, che ai palestinesi è stata sottratta la loro terra, che gli ebrei sono stati perseguitati durante la seconda guerra mondiale e cercano un posto loro, si possono obiettare tutte le cose del mondo. Ma il dato di fatto è che, finché israeliani e palestinesi continueranno a vendicarsi vicendevolmente i torti, i morti non finiranno. I torti andranno pure risolti ed è giusto che se li risolvano tra di loro senza alcun intervento esterno: ma pacificamente. Però entrambi si stanno dimostrando privi di questa maturità. Incluse certe altre nazioni ugualmente immature, che fanno il tifo per l’una piuttosto che per l’altra, incitando ulteriormente alla violenza.

Perciò, io vorrei che le Nazioni Unite, pur non prendendo posizione a favore dell’una o dell’altra parte (non vogliono, non possono e non devono), vorrei che quantomeno intervenissero imponendo un bell’ultimatum a entrambi, tanto a Israele quanto alla Palestina: «Ci siamo rotti i coglioni di tutti questi morti, vi avvertiamo: al primo che spara ancora, fosse anche solo una minicicciola, leviamo l’indipendenza a entrambi e occupiamo l’intero territorio.» «Ma…» «Niente ma, avete rotto il cazzo tutti e due»

Reato d’opinione

Oggi va molto di moda difendere Sallusti: perché sì, sarà anche antipatico, ma non si può andare in carcere per un reato di opinione, no no no no. La libertà di opinione è sacrosanta, sì sì sì sì. Leggo frasi come:

«Non si può andare in galera per un’opinione, anzi per il mancato controllo su un’opinione altrui. È una decisione che deve suscitare scandalo»
— Ezio Mauro

«È davvero molto grave che si arrivi ad ipotizzare il carcere per un collega su un cosiddetto reato d’opinione»
— Ferruccio De Bortoli

«Questo mestiere non si può più fare. Se i giornalisti devono pagare con la propria libertà le opinioni che esprimono, non si può più fare»
— Maurizio Belpietro

Ora, io sono totalmente d’accordo sul fatto che ognuno debba esser libero di avere la propria opinione: se il colore verde mi piace più del colore azzurro, devo essere libero di dire «Il verde è più bello dell’azzurro».
Ma una cosa sono le opinioni, un’altra solo i fatti; dire «il cielo è verde ed è vergognoso che tutti si ostinino a credere che sia azzurro» non è un’opinione: è un fatto (il colore del cielo) riportato in maniera falsa (spacciandolo per verde, quando è incontrovertibilmente azzurro).

Ora, tutti si affannano a difendere Sallusti, perché la libertà di opinione è sacrosanta; ma nessuno è entrato nel merito della vicenda: nessuno ha letto le motivazioni della condanna, nessuno si è andato a rileggere l’articolo incriminato. Nessuno pare prestare attenzione a quella sottile differenza tra il riportare dei fatti falsi e l’esprimere un’opinione (chiamala sottile…)

I fatti, a quanto si apprende dalle motivazioni della condanna, sono questi: una tredicenne è rimasta incinta, voleva abortire, la madre ha prestato il consenso all’aborto; il padre, invece, con cui la ragazza aveva cattivi rapporti, ha negato il consenso, in contrasto alla volontà della figlia; al che il giudice si è visto costretto a intervenire autorizzando l’aborto, nel totale rispetto della volontà della ragazza. E questo invece è quello che ha pubblicato Libero.

Non credo ci sia altro da aggiungere.