Questo non è un paese per giornalisti “Giornalisti”

Una riflessione scaturita da un post di una mia amica:

«E intanto che i giornalisti di tutto il mondo danno contro a Richard Dawkins per una frase sull’aborto, nella vicinissima Irlanda le donne continuano a non avere diritto ad abortire nemmeno se sono state stuprate, vengono forzate a nutrirsi perché non si lascino morire di fame e viene loro fatto un cesareo contro la loro volontà. Come sapete io non sono proprio favorevole all’aborto, ma sono favorevole alla libertà di scelta e credo che nessuno possa arrogarsi il diritto di effettuare certe violenze su una donna.
E mi fa schifo che i giornalisti parlino di Dawkins anziché di questo.»
— Ambra Giulia Marelli, Vice-presidente di Pro-Test Italia

Non posso che essere d’accordo sul giudizio verso la stramaggioranza dei giornalisti, quantomeno quelli italiani.¹ Se si scambiassero di posto quelli che scrivono sui quotidiani e quelli che scrivono sulle riviste patinate di gossip per casalinghe annoiate, non si noterebbe alcuna differenza.

Ma questo mi stimola una riflessione.

In un libero mercato, è sempre la domanda a generare l’offerta, mai il contrario: anche quando sembra che sia l’offerta a generare domanda, si scopre sempre che in realtà la domanda era già presente in forma latente, pronta a esplodere non appena fosse stata scoperta.²

Perciò, tornando in argomento: perché in Italia l’offerta di “informazione” è così scadente? Perché è scadente l’informazione a cui è interessato l’italiano medio. Lo dimostra il fatto che, quando il degrado culturale generale era già in fase semi-avanzata, diciamo 10-15 anni fa, alcuni giornali e alcuni giornalisti avevano ancora un minimo di decoro: prima è marcita la domanda, e solo dopo, inevitabilmente, l’offerta.³
In un paese in cui la domanda di informazione è praticamente inesistente, un paese in cui la domanda di carta stampata periodica (virtuale o meno) è limitata alle ricostruzioni forensi della passera della Pausini a partire da 1 fotogramma sfocato, in cui per un intero mese non si parla d’altro che del tatuaggio di un bruco adulto sull’inguine di una bagascia italo-argentina che al posto delle mutande indossa i salvaslip dal lato dell’adesivo⁴, è inevitabile che la professione di giornalista si trasformi in quella di vecchia pettegola. Se hai rispetto per la professione di giornalista, semplicemente… non fai il giornalista, perché sei costretto a campare di altro.

 

Questo non è un paese per giornalisti Giornalisti. È ‘nu paese per giornalisti impiegati.
Sasà, Fortapàsc

 

 

 

¹ Non conosco abbastanza la situazione internazionale per giudicare.

² La condizione essenziale è quella di essere “in un libero mercato”: se il mercato viene monopolizzato per un periodo più o meno lungo, ecco… allora è possibile che sia l’offerta a plasmare la domanda a proprio piacimento. Esempio: le assicurazioni auto che fanno cartello e propongono tariffe talmente alte da far impallidire uno strozzino, com’è prassi al meridione. Puoi fare a meno dell’assicurazione auto? No, è obbligatoria. Puoi andare dalla concorrenza? Fa le mie stesse tariffe. Quindi attaccati a stocazzo e pagami un fantastiliardo di ettolitri di sangue, in comode rate mensili TAEG 8749% fino alla morte termica dell’universo.

³ Sarebbe interessante analizzare le cause del degrado culturale della popolazione, ma questo argomento meriterebbe un post a parte.

⁴ Non è la Pausini, pur trattandosi di una “vip”. Lo specifico giusto per evitare querele.

⁵ Sì, lo so che questa frase era nel film intesa in un senso diverso da quello che gli ho voluto dare in questo post… ma in realtà le due cose sono collegate. Approfondirò questo aspetto nel post di cui in nota³.

Bambini in punizione

Negli ultimi giorni non si fa che parlare di Israele e Palestina, missili e razzi, diritti umanitari e diritto di difendersi, eccetera eccetera. L’argomento è certamente complesso e non ho la presunzione di avere la verità in tasca. Perciò vi avverto: alla fine di questo post non prenderò posizione a favore di alcuna delle due parti. Se state già pensando di me ciò che Dante pensava di chi non prendeva posizione nel conflitto tra guelfi bianchi e guelfi neri, se pensate che sono il solito pavido ignavo, liberi di farlo; anzi, già che ci siete ricordate le sue parole “non ragioniam di lor, ma guarda e passa“: andate a rompere i coglioni da un’altra parte e levatevi un poìno di ‘ulo, va.

Dicevo, essendo l’argomento complesso, vorrei provare a guardarlo da un’altra angolazione e fare un passo indietro: vorrei parlare di come le mie maestre delle elementari gestivano i litigi tra bambini.

Di solito succedeva questo: un bambino (che per comodità chiameremo Alberto) faceva uno scherzo a un altro (che chiameremo Bruno), che so: gli nasconde il temperamatite (sì, lo so, ho cambiato tempo, ma narrarla tutta al passato era proprio brutta). Bruno, dopo averlo a lungo cercato, si accorge a un certo punto dei risolini di Alberto e capisce di esser stato gabbato: così, per vendicarsi, prende il portapenne di Alberto. Alberto ovviamente cerca di riprenderselo, così Bruno corre per la classe cercando di non farsi acchiappare, ma alla fine Alberto lo mette in un angolo; «Ridammi il temperamatite e io ti restituisco il portapenne» «Trovatelo da solo, se sei in grado!» «Se non me lo ridai, ti butto il portacolori dalla finestra» «Fallo, se hai il coraggio!» e alla fine, messo alle strette, un po’ per orgoglio e un po’ per vendetta, Bruno getta davvero il portapenne di Alberto dalla finestra. Alberto, furioso, va a prendere lo zaino di Bruno e ne rovescia il contenuto in strada, così Bruno inizia a prendere a calci lo zaino di Alberto e a saltarci sopra, Alberto lo spinge via perché gli sta rompendo tutte le cose che stanno dentro, e alla fine i due bambini si trovano a menarsele di santa ragione.
Nel frattempo la maestra, chiamata dalla bidella dopo manco 5 minuti che era andata a prendersi un caffè nell’intervallo, torna tutta scomposta e trafelata e, alla vista della scena, si mette a urlare “Basta così!” e prende i due bambini per le orecchie. «Ha cominciato lui, mi ha buttato il portacolori dalla finestra!» «No, è lui che ha cominciato rubandomi il temperamatite!»

Ve lo ricordate, cosa rispondeva la maestra in questi casi? Cercava forse di ricostruire l’accaduto e trovare “IL” responsabile? Ma manco per il cazzo! La sua risposta era pressappoco: «Non mi interessa chi ha cominciato, la dovete smettere immediatamente o vi sbatto in punizione tutti e due
Di solito io a questo punto, nei panni di uno qualunque di quei due bambini, me la sarei presa: perché devo essere messo io in punizione, se è lui che ha cominciato? “La maestra è semplicemente troppo pigra per prendere posizione, e così se ne lava le mani. Cattiva maestra!” Però intanto me ne sarei stato buono e fermo. Brontolando, ma fermo.

Può darsi che la maestra fosse davvero troppo pigra e non avesse voglia o tempo di ricostruire l’accaduto. Può darsi. Ma una cosa è certa: gettare un portacolori dalla finestra per un temperamatite rubato è una reazione sproporzionata. Così come è sproporzionato gettare il contenuto di un intero zaino dalla finestra per un portacolori. E nel momento in cui le reazioni sono sproporzionate, perde completamente di significato l’intero concetto di “chi ha iniziato”. Alla fine, che siano in buona o in mala fede, entrambe le parti passano dalla parte del torto nel momento in cui danno luogo a un escalation. E indipendentemente da come siano distribuite le colpe, se al 60% da una parte e al 40% dall’altra piuttosto che al 30% dall’una e al 70% dall’altra, dar luogo a un escalation è deleterio per entrambi, anche per chi ritiene di avere la porzione minore di colpa. E la maestra, che sia in buona o in mala fede, alla fine ottiene il risultato migliore: terminare il conflitto.

Ecco, si può obiettare che una nazione non è come un bambino, che c’è il diritto all’autodeterminazione, che ai palestinesi è stata sottratta la loro terra, che gli ebrei sono stati perseguitati durante la seconda guerra mondiale e cercano un posto loro, si possono obiettare tutte le cose del mondo. Ma il dato di fatto è che, finché israeliani e palestinesi continueranno a vendicarsi vicendevolmente i torti, i morti non finiranno. I torti andranno pure risolti ed è giusto che se li risolvano tra di loro senza alcun intervento esterno: ma pacificamente. Però entrambi si stanno dimostrando privi di questa maturità. Incluse certe altre nazioni ugualmente immature, che fanno il tifo per l’una piuttosto che per l’altra, incitando ulteriormente alla violenza.

Perciò, io vorrei che le Nazioni Unite, pur non prendendo posizione a favore dell’una o dell’altra parte (non vogliono, non possono e non devono), vorrei che quantomeno intervenissero imponendo un bell’ultimatum a entrambi, tanto a Israele quanto alla Palestina: «Ci siamo rotti i coglioni di tutti questi morti, vi avvertiamo: al primo che spara ancora, fosse anche solo una minicicciola, leviamo l’indipendenza a entrambi e occupiamo l’intero territorio.» «Ma…» «Niente ma, avete rotto il cazzo tutti e due»